Intervista a Vittorino Andreoli, noto psichiatra italiano

“Senza la fragilità non può esistere l’umano” Vittorino Andreoli

psichiatra italiano

Incontriamo Vittorino Andreoli, uno dei massimi psichiatri italiani, autore del recente libro “L’ira funesta. Come frenare la distruttività nel mondo contemporaneo” (Solferino, 2025).

Ospite della Fondazione Ospedale Alba-Bra, Andreoli ha dialogato con la cittadinanza lunedì 13 ottobre nell’auditorium dell’ospedale di Verduno, dove ha proposto una lezione dal titolo “Dall’Io al Noi nella cura”.

Oggi viviamo in un mondo competitivo, in cui il risultato spesso ha più importanza della relazione, in cui le vulnerabilità vengono considerate difetti o mancanze. Cosa ne pensa?

“La fragilità è una caratteristica dell’umano, così come il senso del limite. Cosa significa? Sovente percepiamo il desiderio di cose che non possiamo realizzare, ad esempio la voglia di volare. Siamo l’unica specie vivente capace di fare questo, di immaginarsi nel futuro differenti da oggi. E’ una cosa straordinaria. Tutto questo pone però la questione del limite. Non possiamo desiderare l’impossibile senza riconoscerlo come tale. La più grave malattia è la perdita del senso del limite”.

Queste riflessioni riguardano anche il nostro rapporto con la morte?

“In un mondo narcisistico l’idea della morte si altera. La fine smarrisce il proprio significato e diventa una sorta di “malattia” da cui rifuggire e di cui avere terrore. Abbiamo reso la morte banale e iniziato a considerarla come un sintomo, a privarla del suo mistero, a reputarla come una sorta di ostacolo da superare o un evento con cui giocare per mostrarsi coraggiosi. Svanisce purtroppo il concetto – considerato “primitivo” – secondo cui la morte non equivale a una fine ma a un viaggio, a una transizione. Tutto si svuota di significato: in un recente studio si chiedeva agli adolescenti come vivessero la morte del proprio nonno. La maggioranza non sentiva alcun senso di partecipazione a quell’evento. Abbiamo smarrito un “principio primo” della vita, ovvero il nostro rapporto con la morte, con il limite”.

Come si può non avere paura della morte?

“Per quanto mi riguarda trovo un potente aiuto nella possibilità di portare dentro di noi le persone care che non ci sono più. La loro presenza interna rassicura, accompagna”.

Come utilizza questi principi e riflessioni nel suo lavoro, nella relazione terapeutica con i pazienti e con le persone che richiedono aiuto?

“Se ho aiutato tante persone, l’ho fatto grazie alla mia fragilità. La paura, la fobia, l’insicurezza: tutte caratteristiche essenziali nella relazione di cura. E’ bello poter dire a un paziente che viene da me perché soffre di attacchi di panico: “anche io ho avuto paura”. La fragilità è  una pulsione che ci porta verso l’altro – un “tu” di cui abbiamo estremo bisogno. La relazione umana è il fondamento di quella terapeutica. Un messaggio valido non solo per i medici o gli specialisti della salute mentale, ma per tutti”.

In una società tendenzialmente individualista e competitiva, sembrano concetti capaci di portare luce?

“Nel nostro tempo è importante imprimere un cambio di direzione, fare in modo che domini il noi invece che l’io. Questo ci porta a riflettere sul concetto di “amore”: una parola di difficile definizione, comprensibile solo nella relazione di reciprocità, dove il bisogno di uno incontra quello dell’altro e ci si prende cura a vicenda. E’ un po’ come accade coi volontari della Fondazione ospedale Alba-Bra: li ho conosciuti oggi, persone che accompagnano il malato e la sofferenza viene in qualche modo condivisa. Questo aiuta il processo terapeutico, realizza l’amore”.

Come trasmettere questi concetti alle nuove generazioni?

“L’educazione funziona grazie a un messaggio di questo tipo: “io vorrei che tu potessi fare queste cose, che ti mostro, perché le faccio anche io”. Si realizza così il legame, un legame buono e capace di influenzare in modo positivo la nostra salute fisica. Il sistema immunitario beneficia di relazioni salubri, si rinforza, la scienza lo dimostra in modo sempre più chiaro. Ma attenzione: il mito dell’educatore perfetto è pericoloso. Il senso di fragilità deve fare parte dell’insegnamento”.

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